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Il rap italiano contro il bel paese

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L’Italia e la musica italiana negli ultimi anni ha dovuto, per forza di cose, accettare il rap. Un genere fin troppo di nicchia negli anni 2000, dopo una prima esplosione negli anni ’90, dimostratosi però solo fumo.
Nonostante la sua fama sembra che il grande pubblico italiano non abbia capito il genere, probabilmente per colpa di alcuni stereotipi passati, l’atteggiamento ambiguo di alcuni esponenti in voga o magari la vastità del genere. Non a caso se i rapper iniziano ad esporsi politicamente gli si ‘’suggerisce’’ di stare zitti (per approfondire clicca qui). È di qualche mese fa lo sfogo di Salmo nelle sue stories a riguardo.

Il 2 giugno ricorre l’anniversario della nascita della Repubblica Italiana, data importante in un paese con mille problemi ed un’identità labile che sembra emergere solo durante i mondiali di calcio.
L’arte, la cultura, da sempre, dalla letteratura alla musica, è solita mettere in luce la contemporaneità e ad oggi niente più del rap sembra saperne parlare. Se in una società capitalistica sono infiniti i brani in cui si ostenta denaro, chi per rivalsa sociale chi per un feticismo fino a sé stesso, è anche vero che c’è un mondo sommerso di brani di denuncia sociale e di critica al nostro stato, alla nostra repubblica.

Politica e Rap, mai come nella nostra penisola, sono strettamente legati. Non dimentichiamo che il genere, importato dagli USA, in Italia si sviluppa in contesti fortemente politicizzati come i centri sociali.
A partire dai suoi albori quindi è possibile trovare brani come In Italia di Lou X (1991), Lo Straniero di Sangue Misto (1994) o la più celebre Quelli che Ben Pensano di Frankie Hi-NRG(1997).

‘’Per me lo stato è solo stato di minaccia‘’ (Sangue Misto)

Fra critiche all’opinione pubblica, al sistema o più in generale allo Stato, c’è chi con il rap cerca di smuovere le masse. Oltre a far riflettere, ad inizio millennio, c’è anche chi prova a far divertire, attraverso sonorità più leggere, come Italiano Medio degli Articolo 31 (2004).
Gli approcci all’argomento, dunque, sono vari, anche se soprattutto nei primi anni del 2000, quando il rap cercava di rinascere dalle sue ceneri, le sonorità erano piuttosto cupe ed arrabbiate. Si pensi a Piombo e Fango (2006) di Mr. Phil con Danno e Lord Bean – di cui esiste anche una versione di Nitro del 2013 – o allo storytelling in La Bella Italia (2008) di Aban con Gue Pequeno e Marracash, non semplice denuncia sociale, ma un testo di storia grazie al quale poter capire perché oggi si parla di debito pubblico e dei tanti altri problemi del ‘’bel paese’’.

‘’Sono gli anni dei maxi processi, la verità viene a galla
Lo stato primo assassino, strinse la mano alla mala
E se volevi lavorare dovevi pagare
L’impiegato, il sindaco, l’appalto comunale’’ (Aban)

Una parentesi a parte la può rappresentare Fabri Fibra prima nel 2008 con In Italia e successivamente Vip in Trip nel 2010, due brani molto simili per tematica ma allo stesso tempo opposti. Il primo esce in un periodo ancora cupo per il genere, ma il brano inizia a farsi notare e così Fabri Fibra diventa un’icona nel paese, icona tale in grado di poter prendere in giro tutto ciò che lo circonda come fatto nel 2010, ed in altri brani successivamente.
Di brani contro il bel paese ce ne sono tanti, avvicinandoci ai giorni nostri troviamo, ad esempio, Sabbie Mobili (2011) di Marracash o ancora Senza Ne Dio Ne Stato (2015) di Mezzosangue (brano in cui è stato campionato Lou X), Potere 2 (2018) di Luche o varie frecciatine nell’ultimo album di Salmo.

Passano gli anni, cambiano i rapper ed i politici ma l’Italia è ferma, catatonica, fra corruzione, assenza delle istituzioni, ignoranza, bigottismo e chi più ne ha più ne metta.
Lo stesso rap però ormai critica di meno, come se in un mare di disperazione si preferisse evitare il problema, tanto non cambierà mai niente, dandola vinta a chi questa Repubblica l’ha rovinata e continua a farlo.

Daniele Carrano

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