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”A LOT” DI 21SAVAGE È MOLTO PIÙ CHE UNA CANZONE

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Il 15 Febbraio sei poliziotti di Vallejo, CA hanno assassinato Willie McCoy, un giovane aspirante rapper afroamericano, con almeno una dozzina di colpi di arma da fuoco mentre si trovava addormentato o privo di sensi all’interno della sua automobile. Il secondo insensato e brutale omicidio di un afroamericano da parte delle forze dell’ordine statunitensi nell’arco di un mese.
La comunità hip-hop non dovrebbe mai prendersi pause, ma esporsi ancora di più rispetto a notizie del genere che non sempre riescono ad avere molta eco, per supportare le famiglie di vittime fuori dai i riflettori.

Ha invece avuto un impressionante impatto mediatico la notizia dell’arresto di 21 Savage per i problemi legati al suo passaporto, di cui sicuramente avete già letto o sentito parlare (se non ne avete sentito parlare – ecco il link), che ha alimentato il dibattito già aperto rispetto alle contraddizioni sulla politica migratoria e sul sistema penitenziario statunitense, nonché sulle discriminazioni subite in questi ambiti da parte della comunità afroamericana.

Secondo i legali del rapper, quest’ultimo sarebbe stato preso mira dalle forze dell’ordine, e l’arresto pianificato in seguito al grande successo dell’ultimo singolo di 21, “A lot” ft. J.Cole, uscito l’1 Febbraio, in particolare per via di alcuni versi incriminati:

Lights was off, the gas was off, so we had to boil up the water (Straight up) / Went through some things, but I couldn’t imagine my kids stuck at the border (Straight up)

Niente gas o luce, dovevamo bollire l’acqua / Ho vissuto tante brutte situazioni, ma non potrei mai immaginare i miei figli bloccati al confine.

Non ci sarebbe stato bisogno di questa cornice per decretare “A lot” come singolo e videoclip più spettacolare del 2019 (per distacco, finora). È una canzone commovente e coinvolgente, uno di quei brani che richiede un impegno emotivo – non lo sforzo intellettuale o interpretativo che viene imputato ad altri artisti più “impegnati” o “conscious” – e un certo grado di partecipazione. Non è il pezzo che può apprezzarsi di sfuggita, ma basta fermarsi un attimo per essere colpiti da un fulmine, perché è subito lampante come quelle parole siano scolpite nel cuore di marmo di chi le ha scritte, un sopravvissuto, per cui “Before the fame plan B was robbin banks”.
Una pagina di grande rap, di musica che rimane.

Penitentiary chances just to make a couple bucks /

My heart so cold I could put it in my cup

Crimini-a-rischio-galera solo per un pugno di dollari /

Ho il cuore così freddo che potrei metterlo nel drink.

Il punto di tensione massima si concentra nel ritornello, in cui una serie incalzante di domande chiede all’ascoltatore di mettersi a nudo, guardando ai propri problemi, debolezze, vizi, fragilità.
Sorpresa: è sempre 21 Savage a rispondere al posto nostro, ossessivamente, con la stessa frase priva di emozione che lascia la discussione aperta e che innesca interrogativi ancora più profondi. Un sacco di soldi (quanti, come li hai fatti?), di problemi (conseguenza), di avvocati (perché?), di tradimenti, rotture (come ti comporti con i tuoi cari? Sei un compagno fedele?) ecc.

Ma ecco, anche un sacco di fratelli morti, sparatorie, lutti, crimini, preghiere.

How many times you got shot? (A lot) / How many niggas you shot? (A lot) /

[…] How many niggas done died? (A lot).

Quante volte ti hanno sparato? (Un sacco) / A quanti nigga hai sparato? (Un sacco) /

[…] Quanti nigga sono morti? (Un sacco)

L’esame di coscienza si configura contemporaneamente come individuale e collettivo, in quanto la risposta reiterata “a lot” vuole comunicare come ognuno di noi abbia distintamente collezionato fallimenti e sofferenze.

Il vissuto di 21, come ci fa intendere nelle strofe, è un percorso dove le scelte sono legate al destino dei poveri criminali e alle sue leggi: vita/morte, lealtà/tradimento, dignità/sopravvivenza. E se da un lato traspare l’orgoglio di aver aderito a queste leggi con obbligo ed onore, dall’altro emerge l’amarezza dei rimpianti, delle cicatrici che non si possono rimarginare: la morte sarà sempre tatuata sul suo volto, anche se indosserà vistosi occhiali in montatura d’oro e d’avorio.

Sheyaa per l’intera durata del video ci guarda dritto negli occhi, con un’espressione non inquisitoria ma flemmatica e magnetica, teneramente sfumata di malinconia. Non interagisce mai con gli altri personaggi, che dietro un sorriso fugace nascondono i propri dolori quotidiani e che rappresentano, in posa nella foto di apertura e chiusura del racconto, la proiezione di quelle fatidiche domande.

21 Savage dipinge il bilancio senza filtri della sua vita (I am > I was) lasciando però, nel suo lettino da psicanalista, un po’ di spazio anche per noi che siamo passati ad ascoltarlo distrattamente. E per l’America del ghetto, delle esecuzioni e degli arresti sommari, che invece prova a giudicarlo e a tenergli la bocca chiusa.

Sta parlando con il mondo, ma davanti ad uno specchio.

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