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MA LA MUSICA ITALIANA ESISTE?

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La globalizzazione è un fenomeno ben diffuso e ben affermato. Siamo tutti cittadini del mondo ed essere sempre più connessi con altre realtà non è che un bene, eppure alcune cose andrebbero riviste. La musica, ad esempio, è una vittima (forse ignara) della globalizzazione.

La principale influenza, infatti, per quanto riguarda la musica odierna (principalmente urban, pop, rap, …) proviene senza dubbio dal mondo anglosassone, il quale è riuscito a monopolizzare le classifiche, ma soprattutto il suono e le tematiche, annullando così le tipiche caratteristiche di ogni singola cultura. La musica oggi è un centro commerciale anonimo, di quelli tutti uguali che trovi in qualsiasi parte del mondo occidentale.

Si può unire la musica globalizzata con le tradizioni culturali locali?
Un esempio pratico, sotto gli occhi di tutti, è la musica latina, in particolar modo il rap latino. Quest’ultimo è facilmente riconoscibile innanzitutto dal suo suono pronto ad unire passato e presente, poi anche per alcuni testi pronti a rimarcare storia e radici, soprattutto se l’artista è latinoamericano (vedi Bocafloja).

Come mai tutto ciò in Italia non accade?
Ad oggi ci sono tanti bei album nel panorama italiano, tanti esperimenti ben riusciti come l’ultimo di Achille Laura & Boss Doms: la samba trap, ma si tratta comunque di sonorità importate, con un orecchio più internazionale che nazionale. Eppure la musica italiana ha fatto la storia, vendendo anche tanto all’estero.
L’originalità del suono, o meglio la sua territorialità, è stato un punto di forza per Pino Daniele, capace di inserire strumenti mediterranei come un semplice mandolino in sonorità black, dunque importate degli Stati Uniti, un esempio perfetto di contaminazione. Oggi giorno però questo processo viene a mancare sempre più spesso. L’ultimo album di Jesto vuole essere una sperimentazione in tal senso, c’è chi ha campionato la storia della musica italiana come Esa Luche,addirittura chi ci ha fatto un album interno come Mondo Marcio o Mr Phil,  c’è chi cita grandi passi nella nostra letteratura, insomma qualche esempio sparso c’è, perché ora non farne un punto di forza? Perché non fare musica italiana piuttosto che musica in italiano?

Oggi, in un decadimento culturale totale ci si esalta di collaborazioni internazionali (pagate dell’etichette discografiche) piuttosto che puntare a creare qualcosa di unico, magari anche da esportare.

Flâneur

Dan Carrano

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