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SPEAKER CENZOU: NAPOLI E HIPHOP

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Un bambino cattivo, nato e cresciuto a Napoli, nel quartiere San Gaetano per essere precisi, fra i pionieri dell’hiphop partenopeo e italiano, in due parole: Speaker Cenzou. Nel suo curriculum incontriamo La Famiglia, 99 posse e Sangue Mostro oltre alla sua carriera da solista.
Oggi, in questa fine del 2017 ci aggiungiamo anche un libro: Ammostro. 
Con quest’ultimo attraverso le parole di Cenzou scopriamo gli ultimi 40 anni di Napoli, fra volti, incontri e pensieri legati alla tradizione partenopea più genuina alla storia dell’Hip Hop italiano.
A tal proposito lo abbiamo intervistato, per parlare della Napoli e della musica odierna.

Artwork: Kermitxyz
Cosa ti ha spinto a scrivere di te, non in una canzone ma in un libro?
Per fare ciò che avevo in mente probabilmente ci sarebbero voluti 4 dischi. Ho pensato che il libro fosse la forma più fruibile per lasciare una testimonianza a chi non ha vissuto un’era fondamentale per la formazione del nostro presente. A tal proposito spesso si tende a fare revisionismo o a stravolgere gli eventi a proprio piacimento, prima che accadesse qualcosa del genere ritenevo opportuno scrivere un libro, auto-produrlo ed auto-distribuirlo facendolo girare quasi come un porta a porta de La Folletto. Ho voluto fare qualcosa di tangibile, per chi mi segue e per chi è incuriosito dalla mia storia.

Con le tue parole si parla di Napoli, di quanto accaduto in questi ultimi 40 anni. Oggi, la nostra città da un punto di vista turistico, ma direi anche culturale è in crescita. Con la musica oggi come stiamo messi?
Ci sono un sacco di cose bellissime ed un sacco di cose meno belle, esattamente come poteva essere la scena di 10 o 20 anni fa. Fondamentalmente io non sono mai stato una persona chiusa alle novità o alle ricerche. Penso che la grande divisione sia fra musica bella e musica brutta. A differenza di quando mi sono formato io come artista e come persona, in cui c’erano due poli: il ”mainstream” con chi lo inseguiva e una musica più di ricerca con una sua dignità ed il suo bacino di utenza, oggi, anche per gli effetti della globalizzazione, questi due poli si sono annullati ed esistono tante realtà che si fanno spazio scimmiottando le tendenze moderne. Per la ricerca artistica è una cosa negativa.

So che sei un grande appassionato di Star Wars; nel nuovo film si nota una differenza generazionale, muore il vecchio e arriva il nuovo. 
Sui social ti sei espresso a favore della trap, in generale. Da appassionato e da rapper come ti spieghi però il passaggio da una ”volontà di presenza e di testimoniare” del rap all’apparenza ed alla frivolezza di oggi ?
La vacuità che si può trovare nel  80% delle liriche attuali non è nient’altro che lo specchio della vacuità della società moderna.
La maggior parte delle persone oggi passa tutto il giorno avanti ad uno schermo, annullando interessi e curiosità, di conseguenza queste persone esprimono frivolezze, è consequenziale. 
Fortunatamente è maggioritaria ma non è assoluta, ci sono ancora ”nuovi jedi” che magari fanno commistioni con le sonorità moderna ma con una attitudine coscienziosa, sensibile e responsabile. 

Chi sono per te i nuovi Jedi ?
A Napoli vedo Pepp Oh, Oyoshe e Dope One. 
Nel film i maestri assoluti tornano come fantasmi della forza dando indicazioni a chi è rimasto. In un certo modo se hai lasciato un buon operato come maestro quest’ultimo rimarrà sempre. 

Tornado a te invece. 
Sei in un NewSlanc, ora la biografia e presto il CD bambino cattivo 2.0, da fuori avverto la ‘’fotta’’ di un emergente.
L’approccio è  proprio questo e per me bisogna averlo soprattutto nella vita. Nessuno della mia generazione, credo, avrebbe mai fatto canzoni come Interplayo sulla base di Stranger Things, essendo in mentalità autoreferenzialiste. Lo dissi in NAnthem io ogni volta che torno sono un’esordiente. Questa è l’attitudine, in primis per me stesso, garantendomi una sorta di onestà intellettuale  e soprattutto perchè penso che il mondo vada a avanti ed è sempre quello che farò fin quando avrò voglio e fotta 

Restando sul rap credi che oggi, dopo le esperienze di Rocco Hunt e Clementino a Sanremo più altre varie esperienze mainstream, il rap sia stato sdoganato o invece i vari stereotipi siano ben saldi ?
Non ancora. C’è ancora molta confusione e questa nuova ondata di gente che si distingue in maniera così netta dall’hip hop, per chi non ha una cultura definita, più che mettere dei puntini sulle ”i” aggiunge confusione al calderone generale.
Inoltre in Italia, ahimè, solo i numeri danno legittimità agli artisti e non essendoci una cultura così grossa da dare i giusti meriti ai pionieri ed ai punti cardini di questa cultura, salvo certi casi, non si sdogana un genere ma piuttosto un’icona, un atteggiamento o un costume.

In passato il nostro paese ha apprezzato musica di qualità; Pino Daniele o De Andrè sono i pilasti della cultura italiana contemporanea. Oggi però la musica fast food prende il sopravvento, come te lo spieghi ?
É un discorso che non si discosta molto dalla seconda domanda. Prima alle radio, ai network o ad esempio alla Rai, faceva gioco avere un certo numero di cultura, essendo stato questo paese in grado di esprimerla.
Oggi ci sono sicuramente personaggi che potrebbero prendere svolte culturali più ampie. Non possiamo sapere se Rkomi sarà intellegibile fra 40/50 anni. 
Va anche detto che i poeti che oggi apprezziamo non avevano la visibilità e lo spazio giusto, le discografiche non gli davano gli out out e soprattutto non erano in un meccanismo di mangiarsi e cacarsi in loop proprio come il meccanismo fast food.

Paradossalmente uno che si è discostato da certi canoni e può essere definito già un poeta è Caparezza. Lui ha costruito il suo successo attraverso mosse studiate, si è consacrato ed ha scelto di essere un artista con i suoi tempi e la sua dignità. Si è discostato più lui che chi fa trap, senza dover dire agli altri ”io non sono questo”.

Foto di Gaetano Massa



Dan Carrano

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