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LUCA MATARAZZO: LA FOTOGRAFIA È REALTÀ

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La fotografia è in grado di bloccare il tempo ed un fotografo deve sapere raccontare il suo! 

Venerdì 3 Novembre siamo stati ai Magazzini Fotografici di Napoli dove abbiamo potuto ammirare la mostra di Luca Matarazzo: Eromata. Quest’ultima  è caratterizzata da una serie di istantanee pronte a farci esplorare l’esibizionismo dei nostri giorni, quello che Luca definisce ”il tempo dei selfie”. Le immagini dunque non vogliono nascondere bensì mostrare, mettere a nudo personalità e forme. Luca è anche un foto reporter – ha seguito quanto accaduto a Parigi al Bataclan, gli sgomberi della Jungle Calais, … –  e sa l’importanza di dover documentare la realtà.
La mostra, come tutte le sue foto, sono proprio questo: documenti dei nostri giorni.
Abbiamo avuto l’occasione di intervistarlo per approfondire la sua fotografia e il tempo dei selfie. Buona lettura ! 
artwork: Im.Kermit

C’è una differenza fra il Luca fotoreporter e il Luca fotografo di Emorata?

L’unica vera differenza è che quando faccio il foto reporter mi pagano. Io sono innanzitutto un appassionato di fotografia, per questo faccio il fotografo. Con gli anni sono riuscito a far diventare la mia passione un lavoro, quindi lo faccio con più piacere, ma è comunque lavoro, ci metti del tuo ma un po’ ti castri (salvo reportage personali) perchè devi tener conto del pubblico al quale ti riferisci in quella occasione; in più lavori con tantissima velocità e non riesci, magari, ad approfondire una storia. 

Questa velocità che detta i ritmi di un reportage è un po’ la stessa presente nella street photography, oggi molto in voga. C’è una differenza fra i due tipi di fotografia? 
Il limite è minimo, ma ci sono alcune differenze. Nella streetphotography sei influenzato dall’idea che hai della città e che cerchi di esprimere attraverso le foto. Con il reportage invece cerchi di parlare di qualcosa, in teoria, di vero. Qui la velocità ti aiuta perchè non riesci a ragionare e dunque non crei empatia con la scena. 
É brutto da dire, ma quando nel 2015 ho fotografato la la strage al Bataclan è stato adrenalinico, chiaramente non bello e positivo. Dover lavorare in modo veloce in quel caso ti aiuta perché non ti fa realizzare che stai fotografando un morto, la velocità non ti porta a pensare che a terra c’è un cadavere di un tuo coetaneo, morto per follie ad un concerto. Io ora mi mangio le mani perchè nell’unico momento in cui ho provato un attimo di empatia non ho scattato una foto che sarebbe potuta essere significativa.
Il mio mestiere è documentare, quella foto documentava un momento e dovevo farla.

Con la mostra si parla di ”tempo dei selfie”, credi che i social e gli smartphone abbiamo ucciso la fotografia? 
Che problema c’è? Io faccio un tipo di comunicazione, tu ne fai un’altra, chissenefrega; sono molto ‘’open’’.
Tieni conto inoltre che i selfie, la gente che usa gli smartphone per fotografare, sono una fonte di ispirazione per me. 
Io con questa mostra sto raccontando te con la tua fidanzata; ‘’te’’ sono io dietro la fotocamera in quel momento, ecco perchè nella mostra ci sono ragazze normali, per questo c’è la ragazza in carne, quella curvy, quella magra, con le tette piccole, il naso strano. Le ragazze con cui usciamo non sono top model, siamo persone normali e c’è la bellezza della normalità. Ci si innamora dei dettagli, che magari son difetti rispetto ai canoni estetici. 

Ti ho chiesto dei social, perchè attraverso le foto quello sembra essere un mondo perfetto, anormale. Come si è arrivato a tutto ciò secondo te? 
Ci è stato imposto un modello, dettato dai giornali di moda in cui loro devono vendere un prodotto e quindi deve essere così, perfetto. Perchè ti fai la foto dove ti schiacci le tette, se le tette poi ti cadono? Ci sarà a chi piace così e ti prendi il tuo pubblico. A me piace che ci sia la naturalezza, verità. Per me questa mostra non è un lavoro d’arte o di fashion, lo vedo sempre come una sorta di reportage. 

Le tue istantanee raccontano la società odierna e da esse si evince una sessualità estrema; pensi quindi che oggi si tenda all’esagerazione di tutto?
Si. Non è per forza un male. In Italia dopo gli anni 70 c’è stato un muro su quest’argomento. C’è stata la democrazia cristiana prima e il berlusconismo poi che hanno posto un muro. Con il berlusconismo la sessualità si è sviluppata come un mezzo, molto paraculo. Prima c’era la classe operai, non il ricco o il calciatore. Si è sviluppato un modello consumistico 
Credo però che oggi un po’ si stia riaprendo la situazione

Circa la mostra Eromata è disponibile anche un libro, info in Direct Message su @Luca_Mata_8.

Shoes shakers, Manhattan
Dichiarazione di indipendenza Catalana
Black bloc, Milano
Manifestazione contro Expo, Milano

Dan Carrano, Alessandro Canonico. 

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