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INSIDE #CUOREDINAPOLI

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Cuoredinapoli è una delle belle realtà che fanno parte del nostro territorio, i loro scopi, il loro modo di vedere la città, le loro iniziative che comportano esplicitamente uno scambio sociale, un’interazione, prima di tutto, sono ciò che inevitabilmente serve a Napoli e ai napoletani per crescere e migliorare. Sono il giusto esempio di lavoro sul campo finalizzato a portare in alto sia il nome della città sia i valori necessari per una corretta convivenza sociale e un equilibrato sviluppo della società. Che cos’è cuoredinapoli e del loro evento che si terrà il 13 maggio a Porta Capuana già ne parlammo in un altro articolo (potete leggerlo qui), ecco perché abbiamo deciso di scambiare due parole con Roberta Laezza, iscritta al terzo anno del corso di NTA dell’Accademia di belle arti di Napoli il quale si occupa dell’iniziativa, e con Luigia Merola, che invece è già laureata ma continua a collaborare con cuoredinapoli anche attraverso la società mediaintegrati formata sempre da laureati dell’Accademia, per capire meglio come si svolge il loro lavoro.  

Come scritto nell’articolo la vostra iniziativa nasce dal festival del bacio, da cosa è scaturita questa evoluzione?

Luigia: L’iniziativa del festival è nata a San’agata dei goti, lì è stato il nostro primo territorio di sperimentazione. Si chiamava festival del bacio proprio perché il bacio era inteso come uno dei primi segni con cui le persone si scambiano un contatto. Successivamente poi, quando ci siamo approcciati al territorio napoletano, che è un territorio molto più vasto e molto più metropolitano, ci siamo accorti che l’esigenza era quella di non limitare ad un tema preciso ma quella di allargare questa cosa, affinché tutti poi si potessero riconoscere in un unico segno. Per questo è stato scelto il cuore che nella sua semplicità riesce a raggiungere tutte le persone. L’evoluzione è avvenuta sia con la crescita dell’iniziativa sia cambiando città e sia con la crescita dell’intero corso che ha cambiato proprio approccio rispetto alle prime edizioni
Roberta: Noi, quello che vogliamo da questo simbolo è semplicemente che ogni napoletano e non possa rispecchiarsi, quindi ognuno può e magari deve vederci quello che vuole. Per questo il primo video che è uscito era “Cuore di Napoli per te che cos’è?”, quindi semplicemente far rispecchiare ogni napoletano, ogni persona, in quel segno.

Poiché è un progetto che fa parte comunque di un corso dell’accademia delle belle arti, come gestite il vostro lavoro?
Roberta:
Il corso è trasversale, quindi lezioni frontali non ce ne sono all’interno del laboratorio, sono tutti corsi che si intrecciano tra di loro e allo stesso modo noi di vari anni lavoriamo e collaboriamo insieme, gli stessi professori sono compagni di lavoro. Il lavoro è diviso ma semplicemente per una questione di organizzazione in cui per esempio c’è il gruppo che fa foto e video, poi il gruppo redazione, però è tutto a livello trasversale, io posso fare un giorno una cosa, un giorno un’altra, in base pure alle proprie passioni.
Luigia: Tutti i lavori che noi facciamo durante l’anno e che quindi rientrano nel programma della scuola hanno come obiettivo quello di portare quello che noi sperimentiamo all’interno verso l’esterno. Quindi tutti i lavori che facciamo sono proiettati verso delle iniziative come il cuore di napoli. Cuore di Napoli è proprio il nostro fulcro ed effettivamente non c’è distinzione tra Cuore di Napoli e il lavoro didattico, sono la stessa cosa

Tutto questo lavoro che fate comporta un contatto diretto con la gente ed ha come scopo lo sviluppo di un’interazione, ad esempio avete definito la scultura che sarà installata sulle torri di Porta Capuana il 13 maggio come una scultura antropologica relazionale. Qual è invece il vostro approccio con le persone?
Roberta:
Noi principalmente tendiamo a relazionarci con le persone del posto in cui andiamo a lavorare per questo tendiamo a stare proprio fisicamente nel posto. I primi approcci sono molto semplici, cioè andare a spiegare il progetto e chiedere se vogliono partecipare, poi tendiamo a farci vedere e cercare di creare una sorta di rapporto d’amicizia con le persone.
Luigia: In effetti la ricchezza di tutta l’iniziativa è proprio questa, il cercare di creare una rete di relazioni e di rapporti veri con le persone ed è quello che poi può far crescere veramente la città.

Ci sono aneddoti particolari a riguardo?
Roberta:
Quando si ha a che fare con il popolo napoletano ci sono sempre cose divertenti, tipo quest’anno stiamo cercando di convincere le persone del posto, soprattutto che affacciano sul territorio su cui stiamo lavorando,  ad appendere dei drappi rossi dai balconi. Stiamo praticamente bussando ad ogni palazzo oppure chiediamo ai negozianti se conoscono qualcuno. Un giorno un pizzaiolo ha bussato al primo piano di una signora che prima si è affacciata, ma non capiva niente, poi ci ha fatto salire al primo piano e mentre parlavamo con lei si è affacciata una signora dentro al palazzo del secondo piano, quindi siamo saliti lì. Poi lei ha chiamato l’amica al terzo piano e si è affacciata anche lei, ad un certo punto mi sono sentita chiamare come se mi stessero chiamando i miei amici (ride ndr.) ed è diventata quindi tutta una cosa insieme.

Siete un po’ i portavoce della bella  Napoli, fatta di calore e generosità, ciò non potrebbe rilevarsi come un’arma a doppio taglio e farvi cadere nei luoghi comuni?
Luigia:
Il rischio c’è, però credo che dipenda anche da uno come attraversa questa cosa. Noi sappiamo che ‘a signor do vasc alluc, però poi vacci a parlare con la signora del vascio, o sappiamo che Napoli è chin ‘e munnezz ma allo stesso tempo ha dei panorami bellissimi, il mare e tutte le cose belle che conosciamo. Quindi i luoghi comuni ci sono, noi ne facciamo parte ma dipende sempre come ci si relaziona con loro.

Roberta: Penso che Napoli sia il luogo comune per eccellenza come città. Se tu parli con una persona che la conosce per sentito dire, quindi per luoghi comuni, magari conosce anche tutti i dettagli , però nonostante la conosca così bene quando viene qui ne resta comunque sorpresa. Quindi penso che i luoghi comuni siano una forza e una debolezza di Napoli e che siano inevitabili.

Alessandro Canonico e Dan Carrano

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